Chi sono i Russian Village Boys

Siamo davanti ad un caso di estremo ma giustificatissimo entusiasmo per un gruppo scoperto da molto poco – anche perchè, di fatto, è nato da molto poco. Del resto non ci si può fare nulla: la tamarrìa chiama ed Akatuy risponde. E non avrò pace finchè ogni zarro sul nostro pianeta non li verrà a conoscere e non li inserirà in ognuna delle sue playlist zarre per occasioni zarre (e non).

Ma veniamo al dunque, cerchiamo di metter giù due coordinate e due informazioni per avere un quadro più consultabile della situazione – che proprio non ve la immaginate ancora cioè zio proprio no.

Di chi stiamo parlando

Un bel giorno aprite youtube: senza aspettative, senza obiettivi, senza prospettive di vedere la vostra giornata cambiare in meglio. Youtube però, da cara vecchia volpe di sito quale è, ha in serbo per voi nella homepage un suggerimento interessante.

DJ Blyatman, brav’uomo che avete conosciuto grazie al canale di Life of Boris (dategli un’occhiata, Boris è il messia della slavness sull’internet), ha pubblicato un nuovo pezzo dal titolo non altrimenti definibile se non glorioso: cyka blyat. 

Io mi sono limitato a fare quello che qualunque cittadino onesto e consapevole avrebbe fatto: cliccare sul video con la stessa foga che avrei impiegato per mettere in salvo la mia stessa vita e scoprire finalmente cosa mi aspettava dall’altra parte della thumbnail, e chi fossero alla fine della fiera questi stimabili gentiluomini, i Russian Village Boys, dal nome così promettente. Ebbene, boy oh boy, che cosa non avevo scoperto… Una miniera d’oro tamarro. Un caveau di zarrìa. Una grotta di Ali Babà e i quaranta condomini della palazzina abusiva di Quarto Oggiaro. Insomma, date un’occhiata voi stessi e vedrete se non sto dicendo la verità.

Pertanto ora porrò una domanda ovvia ma soprattutto giusta: dopo questo genere di incipit, quale sorta di essere umano mostruoso non andrebbe avanti ad esplorare la produzione di questi industriosi e volenterosi ragazzi?

Ebbene questi che avete appena visto sono i Russian Village Boys: dei semplici giovani provenienti da un villaggio della campagna attorno a San Pietroburgo. E trovo incredibilmente positivo il fatto che un gruppo emergente, che potenzialmente può proporre la sua musica su un panorama internazionale, fondi un lato importante della sua immagine sul fatto di provenire da un villaggio, per di più russo – il che nella maggior parte dei casi può far venire in mente ad un occidentale una serie di scenari desolanti fra cui: il freddo nell’anima, i cosacchi del Don, le carcasse urbane di Pripjat’ e Cernobyl’, la neve, il nulla totale ed infine le patate come unico mezzo di sostentamento. Mi fa esplodere il cervello che questi baldi giovini abbiano come prima mossa sdoganato le proprie origini. Questo significa esclamare al mondo a pieni polmoni: “Si viene da un posto di cui nessuno sa niente ma che ha addosso una tonnellata di pregiudizi e sai che c’è? Ne si va fieri e vi si mostra che aspetto ha realmente”. Hanno automaticamente reso insignificante il provenire da una grande città, oppure l’essere cresciuti nella periferia/ghetto urbano o tutto il resto di quelle puttanate da gangsta che conosciamo a memoria. E per Diana, sono pronto a sostenerli fino in capo al mondo. Lasciatemi sfogare con una manciata di foto a testimonianza dell’indiscutibile bellezza della campagna russa e poi possiamo procedere oltre.

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Estate ed autunno in un villaggio non lontano dalla Volga

Avrete capito che mi è partito il fuoco dell’autodeterminazione dei popoli forse ancor prima che mi colpisse e mi stendesse a terra la quantità di zarritudo della musica in questione: l’ho promesso, quindi ora ci lasceremo alle spalle queste considerazioni ed andremo avanti.

Che cosa producono

Questi simpatici paesani slavi stanno cavalcando del tutto rispettabilmente il trend degli anni ’90. Negli ultimi anni si sono visti fiorire pezzi ispirati al suddetto decennio praticamente in ogni pertugio dell’industria musicale (uno su tutti: Bruno Mars con Finesse palesemente tributo al pop anni ’90), ma la tendenza ha riguardato anche l’abbigliamento e la moda in generale: chi più e chi meno ha dato il suo contributo, pescando di qua e di là ciò che più faceva al caso suo.

Ebbene i Russian Village Boys hanno costruito il loro stile su due cardini fondamentali: uno, come si è detto, è l’elettronica degli anni ’90, mentre l’altro è la techno olandese.

Questa, dunque, è la loro musica: nelle loro stanzucce delle loro casette del loro villaggetto producono questo miscuglio di ignoranza elettronica che ti prende per il collo della camicia, ti scuote veementemente e tira fuori quel Gigi Dag che risiede in tutti noi (che nessuno provi a contraddire questa affermazione perchè non vi crede nessuno). La cosa però che li rende veramente e autenticamente russi più di quanto non facciano già i loro video è la deriva hardbass che si concedono di tanto in tanto quando collaborano con quel pio uomo che è DJ Blyatman- possa il fato sempre assisterlo nella missione di diffondere la buona novella dell’hardbass sempre più a occidente.

Perchè ascoltarli

Con tutta onestà comincerò col dire che per me andare a ballare è uno strazio: non importa quale sia il contesto, io mi sentirò in egual misura un oltraggio alla decenza, il coglionazzo più scabroso dei 3km radiali dal punto in cui mi trovo. Citando un famoso cantante metal, “quando ballo pare che mi insegua la polizia”.

Proprio per questo motivo trovo che quando un gruppo riesce a fare della musica che ti faccia venire voglia di ballare, di saltare e di dimenarti come un’anguilla nonostante tu sia per natura un traliccio, beh.. Nulla rimane da fare se non genuflettersi, ringraziare per il dono ricevuto e sguinzagliare il Gigi Dag di cui si parlava più sopra.

Non lo negherò, anzi, ormai credo sia abbastanza manifesto: più un gruppo si identifica con la sua origine, più rende percepibile la sua provenienza e il suo background, più ha possibilità di colpirmi. E mi rendo conto che questo possa sembrare un controsenso quando si parla di un gruppo che dalla Russia fa musica ispirata alla techno olandese; senza dubbio alcuno ritengo che sia un’obiezione valida e motivata. E’ però anche vero che l’identità di un artista nel terzo millennio passa soprattutto attraverso ciò che decide di mostrare di sè, e se questo video non è un autentico spaccato della cultura tamarra russa in provincia… Non so cosa d’altro al mondo possa esserlo.

 

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